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Bufera sullo spot Tim: molto rumore per nulla.

Notizia del 20/07/2008

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“Avremo un bambino”, è questo il messaggio inviato via sms, da una ragazza che scopre di essere incinta dopo aver effettuato un test di gravidanza. Ma, siamo negli anni ‘70, quindi, la futura mamma, invia la notizia, non ad un solo ragazzo, bensì ad un’intera comunità di presunti padri.

Questo simpatico spot della Tim, noto anche come “Diventerò padre”, in onda su tutte le nostre reti da qualche giorno, tuttavia non ha riscontrato il gradimento di tutti, anzi ha turbato più di qualcuno. Innanzi tutto il Moige (Movimento italiano genitori) che ha chiesto l’immediata sospensione dello spot ritenuto indecente, denunciandolo allo Iap (Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria), in quanto “vanifica anni e anni di campagne sulla sicurezza dal punto di vista dei comportamenti sessuali”. Nello spot, sottolinea Elisabetta Scala, responsabile osservatorio media del Moige, “un comportamento sessuale completamente disinibito e privo di accortezza e sicurezza viene presentato in una luce positiva, e gli adolescenti, oggetto giustamente di anni di campagne sulla sicurezza sessuale contro malattie come l’aids, vedono crollare tutti insieme una serie di punti di riferimento: questo non è ammissibile”. Per la Scala, lo spot in questione, rappresenta “un’offesa alla dignità della donna, presentata in una luce di squallida licenziosità” e aggiunge che “i valori della maternità e paternità vengono svuotati di senso e ridicolizzati.

Dopo il gran polverone alzato dalle proteste del Moige, non poteva mancare l’intervento della politica. Così, l’onorevole Alessandra Mussolini, Presidente della Commissione parlamentare per l’Infanzia, l’onorevole Gabriella Carlucci e l’onorevole Manuela Di Centa, hanno annunciato un’interpellanza urgente in Commissione Cultura della Camera contro lo spot della compagnia telefonica che, rimarcano le tre onorevoli nel loro comunicato, “rappresenta un’immagine fuorviante, mortificante e superficiale della maternità, contribuendo a diffondere in tal modo messaggi negativi al largo pubblico, specialmente adolescenziale, tendenti a sostenere costumi sessuali promiscui e irresponsabili”. Le tre proseguono preoccupate, rilevando che, “nella pubblicità si evidenza chiaramente come non vi sia la certezza della paternità di un nascituro, che viene ridotto, quindi, al prodotto del gioco di una notte, che peraltro rispolvera un concetto della sessualità tipico degli anni ‘70 oramai superato. Mettere al mondo un figlio è un atto di amore e di responsabilità che non può essere svilito e offeso per mere speculazioni commerciali”.

La pubblicità della Tim, ambientata in un periodo storico particolare per quel che riguarda i costumi, gli anni ’70 appunto, presenta una situazione volutamente paradossale, tanto che, nello spot, i numerosi presunti papà, reagiscono tutti con grande entusiasmo alla notizia della futura paternità.                   
In un simile contesto stupisce vedere come, una campagna pubblicitaria, palesemente ironica e divertente, riesca a suscitare tanto clamore e ad accendere polemiche furibonde, arrivando addirittura ad aprire un dibattito sui comportamenti sessuali degli adolescenti, attribuendo ad uno spot la capacità di influenzare negativamente tali comportamenti. Stupisce soprattutto in un Paese come l’Italia, in cui la televisione, attraverso programmi sempre più volgari e sboccati, offre ai giovani un’idea distorta del sesso e offende quotidianamente la dignità delle donne, proponendo la continua e umiliante mercificazione del corpo femminile.

La Redazione.

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