Sono trascorsi soltanto pochi giorni dalla fine dei Giochi della XXIX Olimpiade. La Cina ha salutato i suoi Giochi con una strabiliante ed emozionante cerimonia di chiusura, secondo alcuni, addirittura più bella di quella che l’8 agosto scorso aveva aperto le Olimpiadi incantando il mondo. Al termine di un indescrivibile spettacolo (la “torre della memoria” è stata senza dubbio il momento più entusiasmante), il sindaco di Pechino Guo Jinlong ha consegnato la bandiera dei cinque cerchi, simbolo olimpico, a Boris Johnson, “major” di Londra, che nel 2012 ospiterà i Giochi.
La perfetta organizzazione dei cinesi e le sbalorditive performance degli atleti, molte delle quali, al di sopra delle umane possibilità, hanno caratterizzato questi Giochi, almeno a livello sportivo. Sono state le Olimpiadi dei (troppi) record, dei molti sospetti e delle tardive e calcolate prese di coscienza. L’attenzione del mondo, che per quindici giorni avrebbe dovuto e potuto concentrarsi sui tanti problemi del popolo cinese, è stata in realtà totalmente catalizzata da Micheal Phelps e dallo straordinario Usain Bolt, dal medagliere (naturalmente stradominato dai padroni di casa), e dall’avvenenza delle atlete più belle.
Avevo promesso a me stessa che non avrei seguito i Giochi Olimpici di Pechino neanche per un minuto. Avevo tutte le intenzioni di spegnere la tv e attuare il mio personale boicottaggio. E invece no. Non ci sono riuscita, e come me circa un altro miliardo di persone. Non ne vado fiera, e il fatto di non essere stata la sola non mi consola. Soprattutto dopo aver letto il comunicato di Amnesty International, attraverso il quale l’associazione ha denunciato la costante repressione del dissenso, (portata avanti anche durante la tregua olimpica), accusando le autorità cinesi di aver continuato a perseguitare attivisti politici e giornalisti, anteponendo la propria immagine a tutto il resto. Amnesty ha anche criticato il vergognoso atteggiamento del Comitato Internazionale Olimpico (Cio), reo di aver finto di non vedere le continue violazioni commesse dal governo cinese e di “aver macchiato l’eredità dei Giochi in tema di diritti umani”.
Difficile trovarsi in disaccordo con l’organizzazione, specialmente dopo aver ascoltato le parole del presidente del Cio, Jacques Rogge: “Questi sono stati Giochi davvero eccezionali”, ha proclamato durante la cerimonia di chiusura. Senza dimenticare poi il ridicolo richiamo al recordman Usain Bolt per un’esultanza giudicata eccessiva e l’inspiegabile scelta di negare il lutto agli atleti spagnoli in occasione della sciagura aerea di Madrid.
Roseanne Rife, vicedirettore del Programma Asia-Pacifico di Amnesty International, ha dichiarato: “Le Olimpiadi sono state uno spettacolare evento sportivo, ma si sono svolte in un contesto di violazione dei diritti umani: agli attivisti è stato impedito di esprimere le proprie idee pacifiche e molti di essi sono stati imprigionati senza aver commesso alcun reato”. La Rife ha proseguito sostenendo che “le autorità cinesi e il Cio avevano l’opportunità di mostrare che il rispetto dei diritti umani fosse migliorato ma hanno ampiamente fallito: sfratti forzati, arresti di attivisti e restrizioni ai danni dei giornalisti non dovranno caratterizzare un’altra Olimpiade”.
“E’ davvero giunto il momento che il Cio metta in pratica i propri valori-chiave della ‘dignita’ umana’ e dei ‘principi etici universali e fondamentali, facendo dei diritti umani un nuovo pilastro dei Giochi olimpici”, ha affermato la Rife. Il Cio dovrebbe imparare la lezione di Pechino, includendo chiari e misurabili indicatori dell’impatto sui diritti umani in tutte le future valutazioni di candidature all’assegnazione delle Olimpiadi e nei contratti con le città ospitanti: è questa la richiesta di Amnesty.
Amnesty International, pur avendo riconosciuto alle autorità cinesi di aver adottato alcuni provvedimenti positivi, come lo sblocco di alcuni siti internazionali (tra cui lo stesso www.amnesty.org), ha però documentato nel corso dei Giochi, numerose violazioni dei diritti umani nei confronti di attivisti pacifisti e giornalisti, tra cui:
- l´arresto e la condanna, anche alla “rieducazione attraverso il lavoro”, di attivisti che avevano chiesto di svolgere manifestazioni nelle “zone delle proteste”, istituite dal governo in alcuni parchi della capitale;
- la perdurante detenzione o l´arresto arbitrario di giornalisti e attivisti che avevano cercato di denunciare le violazioni dei diritti umani in corso;
- il divieto di manifestare pacificamente nelle "zone delle proteste": il 18 agosto, dopo ripetute insistenze dei giornalisti, le autorità hanno comunicato che avevano ricevuto 77 richieste di manifestazioni da parte di 149 persone ma che 74 erano state “ritirate”, due “sospese” e una “sottoposta a veto”.
Emblematici i casi di Ye Guozhu e di Wu Dianyuan e Wang Xiuying. Il primo, attivista per il diritto alla casa, è stato condannato per aver cercato di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sugli sfratti eseguiti con la forza a Pechino per costruire alcuni degli impianti olimpici. La polizia ha dichiarato che avrebbe trattenuto Ye Guozhu fino alla fine delle Olimpiadi e delle Parolimpiadi, al fine di evitare problemi a lui e ai suoi familiari. Amnesty International ha appreso da fonti attendibili che Ye Guozhu è stato picchiato con i bastoni elettrici prima del processo e anche durante la prigionia.
Le due donne, di 79 e 77 anni, che avevano chiesto il permesso di manifestare in una delle “zone delle proteste”, sono state accusate di “disturbo dell’ordine pubblico” e condannate per questo ad un anno di rieducazione attraverso il lavoro. Le autorità municipali di Pechino hanno dichiarato che le due donne non dovranno scontare la condanna fino a quando si comporteranno bene, ma che comunque subiranno limitazioni alla libertà di movimento.
I Giochi olimpici di Pechino 2008 sono stati una farsa. Prendervi parte è stato un errore, seguirli in tv altrettanto. Siamo stati in troppi a chiudere gli occhi, interessi economici, quieto vivere o semplice passione per lo sport, non sono giustificazioni valide. Avevamo la possibilità di agire. Non lo abbiamo fatto. Non possiamo andarne fieri. Quelli di Pechino sono stati i Giochi della vergogna, della Cina e nostra.
La Redazione.
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