Quando parla, il Cardinal Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (Cei), non passa mai inosservato. Succede, dunque, che il suo discorso di apertura tenuto a Rimini, in occasione del 29° Meeting dell’Amicizia fra i popoli, promosso da Comunione e Liberazione, il cui tema è “O protagonisti o nessuno”, abbia cominciato a far discutere ancor prima di essere pronunciato, grazie alle anticipazioni pubblicate dall’Osservatore Romano.
E da discutere c’è molto, perché il discorso del Card. Bagnasco, teoricamente il primo non politico ad inaugurare il Meeting da molti anni, è in realtà grondante di politica: è politica.
Nel suo intervento introduttivo, il Presidente della Cei ha posto l’accento su un tema molto importante e molto sentito nel nostro Paese; ha parlato di una Chiesa che i problemi “non li legge sui sondaggi ma li vive in prima persona” e che quindi rivendica il suo diritto ad occuparsi di politica, perché questa “sia se stessa e serva il bene comune”. Il Cardinale ha sostenuto che la Chiesa Cattolica: “Non è un agente politico ma si interessa della res pubblica e i vescovi danno voce al loro popolo, un popolo che fa storia”; ha proseguito ricordano che “non sempre nella storia i popoli hanno mostrato accondiscendenza verso le decisioni degli Stati, indirizzando gli eventi in modo diverso”, e ciò sta ad indicare, secondo Bagnasco, “ quanto ogni Stato debba sapersi e volersi come espressione del popolo, sapendo che questo è specificato da un insieme di idee e valori di tipo spirituale ed etico che costituiscono ‘l’anima della Nazione’, la sua identità profonda”.
Il Presidente dei vescovi, con la sua relazione ha inteso promuovere “la voce della Chiesa come una antropologia completa, integrale, senza la quale diventa di difficile soluzione qualunque problema anche economico e sociale”, difendendo, in questo modo, il diritto dei cattolici, e delle gerarchie ecclesiastiche, di esprimere liberamente il proprio pensiero politico, poiché: “Oggi, come in altri periodi della storia, si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa.….si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendone la possibilità nel privato. A tutti si riconosce come sacra la libertà di coscienza, ma dai cattolici a volte si pretende che essi prescindano dalla fede che forma la loro coscienza”. Esigenza, questa, molto sentita, tanto che il Cardinale ha evidenziato la necessità di stimolare “i credenti a partecipare alla costruzione della cosa pubblica, secondo la dottrina sociale e la prassi educativa cattolica”.
Sostanzialmente il discorso di Bagnasco è inconfutabile sotto vari aspetti. L’Italia è un Paese democratico e tutti i cittadini, così come previsto dalla Costituzione, hanno il diritto di partecipare alla vita politica, e non fanno certo eccezione a questa regola i seguaci della Chiesa Cattolica. E’ in quest’ottica, quindi, che vanno lette le dissertazioni del Cardinale al meeting di Rimini, attraverso le quali, la Cei, ha avocato a sé (qualora non fosse evidente a tutti), il ruolo di rappresentante ufficiale del Vaticano nel panorama politico italiano.
A questo punto del ragionamento, però, sorge un problema. Il Vaticano è uno Stato. Lo Stato più piccolo del mondo. Uno Stato sovrano all’interno del territorio italiano, al pari di San Marino. E’ accettabile che uno Stato straniero, attraverso i suoi rappresentanti, partecipi al dibattito politico in Italia? Come possono le nostre istituzioni accettare passivamente le continue intrusioni della Chiesa? Come possono addirittura negare l’ingerenza vaticana negli affari di un Paese che, teoricamente, si dichiara laico? Ha ancora senso parlare di “laicità” dello Stato, nel momento in cui viene concessa al Vaticano la facoltà di autoproclamare la propria sovranità morale sull’intero popolo italiano, o per meglio dire, su chiunque sia stato battezzato?
Ma siamo poi così sicuri che alla Chiesa convenga “fare politica”? Sarebbero capaci i vescovi, cui tutti riconosciamo il diritto di esprimersi in totale libertà, di rispettare le regole del gioco? Riuscirebbero ad accettare un sano contraddittorio, incassando le critiche degli altri soggetti, politici e non, che inevitabilmente, pioverebbero sulle posizioni della Chiesa? Saranno in grado di riconoscere le ragioni altrui senza criminalizzarle?
Sapranno le gerarchie vaticane rinunciare al potere che innegabilmente esercitano su gran parte dei politici italiani e sui mezzi di informazione e sul servizio pubblico in particolare? Potranno fare a meno dello spazio che quotidianamente viene loro riservato nei giornali e nelle tv nazionali, accettando, di conseguenza, un’informazione più libera su temi attualmente affrontati ( come denunciato soltanto dai Radicali) a senso unico?
Nel discorso del Cardinale Angelo Bagnasco, si potrebbe intravedere il malcelato desiderio di un ritorno al potere temporale della Chiesa, se non fosse che, grazie alle continue ingerenze e all’influenza esercitata sulla classe politica, il Vaticano è in grado di indirizzare la vita sociale e culturale del nostro Paese, senza il bisogno di sporcarsi le mani scendendo nell’arena politica, rinunciando così ai propri privilegi.
La Redazione.
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