La moda, frivolezza per eccellenza, la necessità del vestirsi fatta superficialità dell’apparire. Anche l’effimero è stato investito dal boom della responsabilità d’impresa.
Dagli ecojeans alle calze biologiche, dai gioielli etici alle collezioni per i carcerati. Il fashion solidale è l’argomento principe del volume “La moda della responsabilità”, di Carla Lunghi e Eugenia Montanini. “La moda – spiegano le autrici – dopo il food e la finanza, costituisce l’ultimo anello nella catena dei consumi responsabili. E all’interno del panorama nazionale Milano è senza dubbio tra le città più ricche di proposte interessanti in questo particolare ambito che abbraccia la moda biologica, solidale e dell’usato.”
Di queste e di altre tematiche si è trattato anche durante la conferenza “Fibre naturali e tessile biologico”, svoltasi a Capri nell’ambito del congresso mondiale del biologico Ifoam alla presenza di stilisti, case di moda ed esponenti del movimento bio. Motivo ispiratore del meeting la riduzione dell’impatto ambientale dell’industria fashion, un settore in via d’espansione e in via di collisione con le emergenze ambientali e la giustizia sociale.
Al carcere di Vercelli invece, quattro detenute intraprendenti, grazie all’appoggio della cooperativa Vanilla Lab, hanno creato il brand Codiceasbarre. Facile intuire il motivo ispiratore della collezione. Le cuciture e “la fantasia” ricalcano le classiche divise indossate dai carcerati, righe verticali comprese. Stessa idea per le detenute di San Vittore a Milano: i Gatti Galeotti. Borse, cinte e accessori griffati all’ultimo grido. E per chi vuole indossare qualcosa di davvero esclusivo, la classica catena con annessa palla di cannone. Griffata, ovviamente.
Scritto da: Maria Eleonora Pisu
La Redazione.
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