Alessitemia, è una parola poco conosciuta e solo a nominarla mette una certa paura.
Il termine deriva dal greco e vuol dire: “mancanza di parole per le emozioni” e descrive un disagio legato ai problemi dell’affettività. Alcune teorie riguardanti l’alessitemia, trovano conferma negli anni’70, quando dei psichiatri riscontrarono in alcuni pazienti psicosomatici, la caratteristica comune della difficoltà a descrivere le proprie emozioni, unita ad una mancanza di fantasia.
Negli indicatori del DCPR (Dignostic Criteria for use in Psychosomatic Reseach) viene catalogata come “incapacità di descrivere in maniera appropriata le emozioni, tendenza a focalizzare le conversazioni sui dettagli più che sul vissuto emotivo, mancanza di un ricco mondo fantastico, etc.”.
Ora, incuriositi, ci improvvisiamo esperti psicologi e cerchiamo di indagare sulle cause di questa strana malattia psicosomatica. Varie sono le teorie, per lo sviluppo di questa sindrome: oltre ai fattori genetici, influenzano quelli socioculturali e i modelli familiari. Mc Dougall afferma che l’alessitemia è una forma di difesa dal dolore psichico, mentre Kristall la attribuisce ad uno arresto dello sviluppo affettivo in seguito ad un trauma infantile.
Se l’alessitimia comunque è l’incapacità di vivere le emozioni altrui, esiste al contrario l’empatia che è invece l’abilità delle persone ad entrare in sintonia con i propri e gli altrui stati d’animo.
Sembra che il germe dell’empatia sia presente già al momento della nascita. Studi dimostrano che i neonati sono turbati dal pianto di altri bambini e che ad un anno di età, già imitano la sofferenza per comprendere quello che sta provando l’altro. Titchener negli anni ‘20 chiamò questo fenomeno “dinamismo motorio”, che è l’anticamera dell’empatia.
Dalla lettura di questi fenomeni consegue subito una nostra opinione, supportata dagli studi e dalle ricerche di psicologi e psichiatri: l’idea dell’importanza di un “dosaggio giusto” degli affetti nell’infanzia e nei primi momenti. Essi ci condizionano tutta la vita, nei rapporti con gli altri. Più siamo riusciti ad avere un rapporto affettivo “normale”, soprattutto con la nostra mamma, più riusciremo ad avere una vita fondata sull’amore ed il rispetto.
Se questo purtroppo questo ci è mancato un po’, non preoccupiamoci eccessivamente, possiamo ora ristabilire il nostro equilibrio entrando in sintonia con gli altri.
E così, come per magia, ci sentiremo più tranquilli, perché entrare in empatia vuol dire esercitarci a vivere rapporti sinceri, base per degli affetti sereni e veri.
La Redazione.
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