ScontiFacili.it

Menu

Sofismi. Sofri, il terrorismo e l’omicidio Calabresi

Notizia del 15/09/2008

Torna all'elenco delle News

Le sue parole non lasciano mai indifferenti. Stavolta, però, anche molti dei suoi numerosi e indefessi apologeti, quelli che solitamente si alzano in piedi ad applaudire ad ogni virgola che esce dalla sua penna senza muovere critica alcuna, anche loro hanno osato dire che ha sbagliato. Adriano Sofri, fine intellettuale, apprezzato scrittore e giornalista, idolatrato e incondizionatamente difeso da gran parte dell’intellighenzia di sinistra (e non solo), ha sbagliato.
E a dirlo non sono dei militanti dell’estrema destra ma sofriani della prima ora, come Sansonetti, direttore di Liberazione e Giordano, ex segreatario di Rifondazione Comunista, fra gli altri.

Oggetto delle critiche, un articolo firmato da Sofri apparso su Il Foglio di giovedì 11 settembre. L’ex leader di lotta continua contestava la presenza, con relativo resoconto pubblicato da Repubblica, di Mario Calabresi ad una manifestazione organizzata dall’Onu in onore delle vittime del terrorismo, con partecipanti venuti da ogni parte del mondo. Mario Calabresi, figlio del commissario Calabresi ucciso nel 1972 da un commando di tre militanti di Lotta Continua, omicidio per il quale Sofri è stato riconosciuto colpevole quale mandante, ha partecipato all’incontro voluto dal Segretario delle Nazioni Unite, in nome delle vittime italiane dei tristemente noti “anni di piombo”.

E’ dunque la definizione di “atto di terrorismo” relativa al delitto Calabresi, che Sofri trova inaccettabile, e che, consapevole delle polemiche del giorno dopo che avrebbe inevitabilmente innescato, ha deciso di contestare, dando voce al suo “urlo arrabbiato” (per dirla come il direttore de Il Manifesto, Gabriele Polo). 
“Desidero muovere la più ferma obiezione a questa considerazione dell’omicidio di Luigi Calabresi. Lo faccio a doppio titolo. Il primo, titolo tutt’altro che invidiabile, di condannato come mandante di quell’omicidio. Il secondo riguarda il contesto storico, politico e ambientale in cui maturò l’assassinio del commissario Calabresi: “Non c’era una guerra, ma molti di noi erano in guerra con qualcuno. Per la strage di Piazza Fontana furono accusati a torto in modo premeditato e ostinato gli anarchici……Di quella premeditazione e ostinazione fu comunque figlia la morte di Pinelli, innocente di ogni colpa.

Luigi Calabresi fu, non certo l’autore, ma un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione”.
Sofri, che ha sempre professato e rivendicato la propria innocenza (“Non ho mai ordito né ordinato alcun omicidio, e questa verità non si attenua di un millimetro col passare del tempo.”), sostiene, quindi che l’omicidio di Calabresi non fu un atto di terrorismo, “fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”. Parla di sentimento e, riferendosi agli autori del delitto sostiene che non fossero necessariamente “persone malvagie”, spinte a commettere quell’atto terribile dallo sdegno e dalla commozione per le vittime.

Nessun atto di terrorismo, solo “un omicidio di privati contro un privato”. Nessun intento di sconvolgere gli assetti politici e istituzionali, mediante l’uso indiscriminato della violenza.
Come definire allora gli obiettivi e le azioni di gruppi extraparlamentari, quali appunto Lotta Continua e simili, che confusi e accecati dall’ideologia, riuscivano a giustificare rapine e omicidi, con l’alibi di combattere per la liberazione del proletariato dalle catene dei padroni e di uno Stato borghese e oppressore?

Come interpretare la campagna stampa d’odio e diffamazione che investì Calabresi dopo la morte di Pinelli?
In quei giorni si potevano leggere sulle pagine del giornale di Lc articoli deliranti di questo tenore: “E’ chiaro a tutti, infatti, che sarà Luigi Calabresi a dover rispondere pubblicamente del suo delitto contro il proletariato. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara.(…) È per questo motivo che nessuno, e tantomeno Calabresi, può credere che quanto diciamo siano facili e velleitarie minacce”.
E ancora: “Sappiamo che l’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino”.

Come può Sofri, un uomo dotato di un’intelligenza fuori dell’ordinario, dirsi profondamente convinto che quell’omicidio non fu terrorismo? E come può un uomo che si sempre dichiarato innocente, sembrare oggi così vicino alle ragioni degli assassini?
Probabilmente, come ha scritto Arrigo Levi su La Stampa, “quando è in giuoco l’immagine che si ha di se stessi, e si vuole giustificare il proprio passato, la ragione davvero vacilla”.

Difficile, altrimenti, comprendere la scelta di Sofri, da molti ritenuta fuori luogo, di tornare sul delitto Calabresi in questi termini. Difficile condividere la sua posizione e seguirlo in quello che Sansonetti ha giustamente definito “un ragionamento pericolosissimo”. Difficile concordare con lui sulle motivazioni “sentimentali” dell’omicidio, legittimando in pratica la vendetta per la morte di un compagno. Difficile aderire al suo pensiero e negare la realtà dei fatti: l’omicidio del commissario Luigi Calabresi fu un atto di terrorismo.

La Redazione.

Commenti

Pubblica un commento testuale. Verificheremo l'idoneità del contenuto e provvederemo alla pubblicazione entro 24 ore.

Non sono presenti commenti per questa notizia.